Cloe, René e Josephine

Linguaggio dei gatti: come capire un gatto

(pubblicato su www.miciogatto.it, autrice Costanza De Palma)

 

L’etologia è la scienza che studia il comportamento animale in tutte le sue sfumature. L’insieme dei comportamenti o moduli comportamentali costituiscono quello che gli scienziati definiscono etogramma. Conoscere l’etogramma di una specie ci permette di capire e comprendere il suo linguaggio al fine di poter comunicare ed interagire con essa nel modo corretto senza fraintendimenti. Il termine comunicare significa letteralmente “mettere in comune, fare partecipe”, ovvero è l’azione del trasmettere un’informazione da un individuo ad un altro attraverso un mezzo: il codice specie-specifico, ovvero il linguaggio. Ma il linguaggio altro non è che l’espressione dei singoli comportamenti costituiti da movimenti, gesti e suoni visti nel loro contesto e descritti nell’etogramma. Quindi, ogni individuo comunica agli altri e all’ambiente che lo circonda il suo comportamento attraverso il linguaggio tipico della propria specie (etogramma).

 

Approfondiamo ora la comunicazione dei gatti attraverso la spiegazione del significato del linguaggio felino.

 

Linguaggio dei gatti: come capire un gatto

 

Quando vogliamo interagire con il nostro gatto nel modo corretto, abbiamo la necessità di conoscere il reale significato dei segnali che ci manda. Capire il linguaggio dei gatti non è una missione impossibile: basta saper osservare con attenzione ciò che fa e valutarne il contesto. Difatti, per capire il proprio gatto bisogna saper interpretare bene i gesti e i segnali tipici della specie gatto, in questo modo si riuscirà a comprendere, in generale, come comunicare con i gatti e soprattutto a capire cosa pensano i gatti.

 

Iniziamo ora con l’esaminare il linguaggio del corpo del gatto partendo dalla testa per poi passare al busto, alle zampe ed infine alla coda.

 

Linguaggio della testa: i suoi significati

 

Insieme all’annusare e al guardare tutto ciò che lo circonda per il normale comportamento esplorativo, capita spesso vedere il proprio gatto di casa leccare. Ma cosa vogliono comunicare i gatti con il linguaggio del leccare? Bisogna fare due distinzioni: se il gatto lecca se stesso oppure un altro individuo. Quando il gatto lecca se stesso ha un significato di grooming, ovvero autopulizia, tolettatura, mentre quando lecca altri gatti e/o i proprietari, si chiama allogrooming. Entrambi questi comportamenti fanno parte delle cosiddette cure parentali ovvero sono comportamenti affiliativi che servono per rinforzare i legami affettivi. Bisogna porre attenzione se il comportamento del leccare degenera ed è fatto con troppa insistenza, arrivando addirittura ad automutilarsi con la formazione di vere e proprie piaghe (stereotipia).

Altro comportamento affiliativo molto gratificante è il rubbing, meglio conosciuto come marcatura facciale. Questo consiste nel movimento di sfregatura su oggetti e/o persone partendo dall’angolo della bocca fino all’orecchio, anche per più volte di seguito. Questo serve per rilasciare una marcatura olfattiva utilizzando le ghiandole sottomandibolari, guanciali e periorali (feromoni appaganti dell’amicizia). Una curiosità: è da questa specifica marcatura odorosa che nascono i prodotti naturali messi in commercio con il fine di migliorare l’ambientazione e la relazione del gatto di casa.

Rimanendo nell’ambito degli odori, un comportamento inusuale, presente anche in altri animali come il cavallo, è il flehmen. Questo consiste in una specie di smorfia che il gatto emette quando deve esplorare una sorgente odorosa: avvicina il naso, apre la bocca, alza il labbro superiore  e la lingua è schiacciata dietro gli incisivi superiori dove c’è l’organo di Jacobson. Il tutto viene fatto per esplorare appieno una sostanza odorosa, in genere di natura sessuale, percepita nell’aria.

 

Oltre ai comportamenti affiliativi, ci sono al contrario, quelli aggressivi: un esempio di ciò il gatto che morde. Nel linguaggio dei gatti i morsi hanno vari significati a seconda del loro contesto. Indubbiamente, sono l’espressione di un gatto che in quel preciso momento è nervoso, ma bisogna capire il perché. Generalmente, il maschio morde la femmina sul dorso in prossimità dell’accoppiamento; ma anche la mamma morde dolcemente il cucciolo quando sbaglia e deve correggerlo; durante la caccia è fondamentale il morso per uccidere la preda e, inoltre, viene utilizzato anche come simulazione del gioco preda-predatore. Tuttavia, quando il nostro gatto di casa ci morde in continuazione va indagato se lo abbiamo erroneamente abituato noi ad interagire mordendoci oppure è un fatto legato ad un azzardato distacco precoce dalla madre che non ha avuto il tempo di insegnare l’inibizione del morso e, se fosse valida questa seconda ipotesi, il gatto dovrebbe anche non avere l’autocontrollo motorio ovvero essere sempre particolarmente agitato/iperattivo.

Interessanti sono anche le posizioni delle orecchie che sono per il gatto delle vere e proprie antenne. Il gatto riesce a localizzare i suoni con esse ma anche ne indicano l’emotività del momento. Difatti, anche le orecchie fanno parte del linguaggio dei gatti. Nello specifico, le orecchie dritte con le punte rivolte in avanti indicano cheil gatto è attento; le orecchie dritte con le punte rivolte ai lati indicano che il gatto è nervoso/teso; le orecchie appiattite lateralmente indicano uno stato di difensiva; le orecchie basse appiattite ruotate all’indietro indicano, invece, aggressività dovuta alla paura.

Anche gli occhi fanno parte del linguaggio dei gatti. Le pupille del gatto sono molto mobili: si dilatano e si restringono a seconda dell’intensità della luce presente nell’ambiente, ma come le orecchie, sono il riflesso dell’emotività del gatto. Difatti, le pupille dilatate indicano che c’è qualcosa di piacevole, ma anche quando c’è una possibile minaccia e se associate alle orecchie totalmente appiattite all’indietro ci confermano che il gatto ha paura.

Il gatto spaventato sulla difensiva ha un'enorme dilatazione della pupilla, l’esatto opposto avviene se è dominante, aggressivo, per niente impaurito ovvero si ha la sottile fessura verticale della pupilla che è completamente contratta. Ma l’attacco può esserci in entrambi i casi anche se con motivazioni diametralmente opposte. Gli occhi tenuti spalancati li ha un gatto in allarme, ma saranno socchiusi se è rilassato, mentre chiusi nel sonno o nella resa assoluta nei confronti dell’aggressore.

 

Linguaggio del tronco: i suoi significati

 

Per quanto riguarda il tronco, l’immagine più comune che ci viene in mente è il gatto che fa la gobba ovvero quando il gatto alza il pelo e si drizza sulle quattro zampe per apparire più grande, scoraggiare e mettere in fuga il potenziale avversario. Al contrario, se vuole risultare al suo avversario come sottomesso, si schiaccerà a terra, acquattato su un fianco per farsi più piccolo.

Un altro comportamento legato, però, non al movimento del pelo ma al movimento della pelle è il rolling. Questo è tipico dei felini e consiste in un vero e proprio rotolamento della pelle sul dorso a mo’ di onda. Quando lo fa il nostro gatto di casa, questo comportamento molto particolare ha un significato di ricerca di contatto fisico. Mi raccomando non va confuso con la sua degenerazione in patologia comportamentale (rolling skin o iperestesia felina).

Il più comune comportamento legato al busto è lo strusciarsi sui fianchi addosso ad oggetti e/o persone. Questo è un altro comportamento affiliativo che il gatto utilizza per rilasciare marcature olfattive e richiedere un contatto fisico con l’essere umano, molto spesso è anticipato dal rubbing. Fanno ovviamente parte del linguaggio del busto anche i normali comportamenti legati all’attività fisica come il rotolarsi, il saltare e l’arrampicarsi. Questi, se regolarmente esplicati, indicano un generale stato di benessere del gatto.

 

Linguaggio delle zampe: i suoi significati

 

Per quanto riguarda le zampe, esse sono utilizzate principalmente nello scratching, comunemente chiamata graffiatura. Questo movimento oltre alla cura degli artigli, serve a lasciare un segnale territoriale visivo orizzontale e/o verticale a seconda se fatto a terra o in piedi su due zampe. Questa azione spesso non è gradita dal proprietario perché rovina oggetti e/o mobili quali divani, poltrone e tende. Per questo motivo, è bene attrezzare la propria abitazione con graffiatoi di varie altezza e misure. Al contrario, il gatto che impasta è particolarmente gradito dal proprietario. Quando il gatto è rilassato ed ha instaurato un buon rapporto con il proprio proprietario, spesso quando è in braccio, oltre a fare le fusa, fa la pasta. Questo movimento viene fatto per la prima volta dal gattino, subito dopo la nascita, per stimolare la fuoriuscita del latte dalle ghiandole mammarie della madre. Indubbiamente, è un comportamento affiliativo infantile che viene proiettato sul proprietario come segno di legame affettivo.

 

Linguaggio della coda: i suoi significati

 

La coda è la parte del corpo del gatto più curiosa. I suoi movimenti sono molto particolari e sono sempre il preludio di quello che prova il gatto e che sta per esternare con il resto del suo corpo. Il camminare a coda dritta con la punta arrotondata a mo’ di punto interrogativo è il suo tipico saluto ed è da interpretarsi come il nostro comune “Ciao!”. Mentre quando il gatto muove la coda, spostandola in modo netto e deciso a mo’ di frusta ci indica che qualcosa lo sta innervosendo/agitando. Può essere l’inizio di un attacco ma anche di un gioco e va, quindi, osservato tutto il resto del corpo per darne la giusta chiave di lettura. Descrivendo già questi due soli comportamenti legati alla coda, troviamo il loro significato diametralmente opposto a quello del cane: ecco perché spesso si creano incomprensione tra cane e gatto!

 

Dopo aver descritto il linguaggio corporale, passiamo ora a descrivere il linguaggio vocale del gatto.

 

Linguaggio delle vocalizzazioni: i suoi significati

Discorso a parte deve essere fatto per le vocalizzazioni che sono rivolte, invece, ad un contatto reciproco diretto. Ne esistono di vari tipi a seconda di come è posta la bocca.

Se la bocca è chiusa si hanno le fusa e iltrillo. Le fusa sono una caratteristica specifica dei felini: anche la tigre ed il leone fanno le fusa!. Questo particolare rumore è dovuto dal movimento della glottide. Tuttora è ancora molto ricercata la sua origine e i suoi vari significati. Certamente mamma gatta dopo il parto, nella fase di allattamento dei cuccioli, produce le fusa. Ma in molti altri contesti si possono sentire: ad esempio, quando il gatto si sta per addormentare, oppure mentre si struscia o rotola, talvolta quando si toletta. Il gatto di casa emette le fusa soprattutto quando ha un contatto fisico con il proprio proprietario, in particolare quando lo ha in braccio. Ma il gatto, talvolta, fa le fusa anche al veterinario durante la visita di controllo oppure fa le fusa da solo e questo ha indubbiamente un significato autorassicurante. Il trillo, invece, è un suono meno profondo delle fusa ma più acuto e ha sempre un significato amichevole quale la richiesta di un contatto fisico. Indubbiamente sia le fusa che il trillo hanno significato positivo e danno il via ad un corretto approccio (comportamento affiliativo).

Se la bocca da aperta viene chiusa si ha il miagolio. Del cosiddetto “Miao” sono stati riconosciuti addirittura trentuno tipi diversi. Il miagolio è la principale vocalizzazione utilizzata dal gatto per comunicare. In natura, il gatto che vive libero miagola molto meno rispetto ad un gatto che vive in casa con l’essere umano. Questo è dovuto al fatto che, con il corso del tempo, il gatto ha imparato a strumentalizzare il miagolio per comunicare ed interagire attivamente con noi. Difatti, non è raro sentire proprietari che definiscono il proprio gatto un gatto che parla. Generalmente il “Miao” è considerato un saluto tra gatti, ma quando la comunicazione diventa interspecifica ovvero rivolta all’essere umano, viene utilizzato per numerosi tipi di richieste di attenzione, ad esempio “voglio l’acqua, voglio mangiare, voglio uscire in balcone” ecc.  Il gatto che miagola vuole esternare, quindi, una sua richiesta di un bisogno più o meno impellente. Il corretto significato del miagolio del gatto è da leggersi, però, nel contesto: difatti, lo stesso gatto miagola in modo diverso a seconda della situazione e di ciò che vuole.

Se la bocca rimane fissa si ha il soffio e lo strillo in un contesto difensivo o di dolore, il ringhio e l’ululato in un contesto aggressivo. Se, ad esempio, inavvertitamente pestiamo la sua coda, il gatto emetterà lo strillo. Se, invece, porteremo a casa un nuovo gatto, probabilmente la sua immediata reazione sarà il soffio. Se dovesse esserci l’incontro con un rivale dovremmo sentire il ringhio o addirittura l’ululato. Nello specifico, il gatto che soffia, se associa anche il gesto estremo dello sputo, ha un significato di richiesta di allontanamento immediato ovvero di aumentare la distanza corporale per evitare uno scontro. Sicuramente, quando un gatto mette in atto una di queste quattro vocalizzazioni è bene stare in allerta perché il gatto è particolarmente nervoso, sia se per dolore, che per paura o per aggressività, è pronto a difendersi e quindi attaccare.

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SCHEMA DI SOVRAPPOSIZIONE DELLA DISPOSIZIONE ALL’ATTACCO E ALLA DIFESA DEL GATTO: MIMICA FACCIALE

SCHEMA DI SOVRAPPOSIZIONE DELLA DISPOSIZIONE ALL’ATTACCO E ALLA DIFESA DEL GATTO: POSTURE CORPOREE

Gattini in adozione: quando il distacco dalla madre?

(pubblicato su www.miciogatto.it , autrice Costanza De Palma)

 

Abbiamo visto dei bellissimi gattini in adozione e ne vogliamo scegliere uno. Ma quando adottare un gattino? A quanti mesi si può prendere un gattino? In generale, per quanto riguarda l’età di adozione dei gattini, viene consigliato almeno il compimento dei due mesi e non prima. Ma perché? Vediamo dalla nascita a grandi linee come cambia il cucciolo e come influisce la presenza della madre e dei fratellini sul suo corretto sviluppo e crescita.

Il periodo di allattamento comprende tre fasi:  la prima fase si ha fino al compimento di tre settimane di vita dove la mamma gatta sveglia i piccoli e inizia ad allattarli e questi si muovono contraendo e alternando i muscoli dei fianchi, tipo serpente, e oscillando anche la testa, hanno gli occhi chiusi fino a sette/dieci giorni e si orientano per la suzione tramite l’olfatto. A circa venti giorni, spesso capita che ciascun gattino preferisca un capezzolo, indipendentemente  dal numero dei cuccioli presenti e senza influenza alcuna sulla loro crescita. Questa è la fase in cui mamma gatta soffre di più un eventuale distacco dai gattini e, se spostati non da lei, cerca i cuccioli insistentemente. La seconda fase dura fino alla quarta settimana di vita dove, invece, la poppata è iniziata sia dai gattini, a cui sono già spuntati i denti da latte, che dalla madre, che rimane sdraiata di fianco; la terza ed ultima fase comincia alla fine del primo mese di vita, dove mamma gatta non invita più i gattini alla poppata ma se accetta di allattarli lo fa in piedi; perché mamma gatta allontana i cuccioli? Perché i piccoli ora sono in grado di allontanarsi, fanno le prime corsette e sono particolarmente vivaci e protesi al gioco sociale che la maggior parte delle volte coinvolge controvoglia mamma gatta.  Intorno al mese e mezzo, la madre va a caccia anche per i piccoli e comincia a portare le prede nella tana ovvero quando i gattini iniziano ad essere in grado di mangiare da soli. E’ iniziato lo svezzamento!!!

 Lo svezzamento  è una fase di passaggio dove la madre riduce progressivamente la quantità di attenzioni e cure parentali dedicata ai propri cuccioli. Generalmente, lo svezzamento inizia circa a quattro settimane e termina intorno alle sette. La presenza di altri gatti e esseri umani, ad esempio, non causa danni prima del momento in cui il gattino è in grado di interagire, a meno che non ci sia una base di paura. E’ scientificamente testato che più precocemente e più a lungo si maneggiano i gattini, tanto più sarà probabile che abbiano un  atteggiamento più amichevole nei confronti dell’essere umano. Per questo motivo, il periodo ottimale per la socializzazione nei confronti dell’uomo sembra essere tra la terza e la settima  settimana. Ciò non sta a significare che i piccoli possono essere già adottabili, e allora dopo quanto tempo si possono adottare i gattini? E dopo quanto tempo la gatta lascia i gattini? Ci sono i cosiddetti tempi tecnici dove mamma gatta fa da maestra e il suo ruolo non può essere sostituito da un essere umano per ovvie ragioni. Se la sequenza ricerca-agguato-cattura-uccisione della preda è esplicata istintivamente dal gattino, solo mamma gatta è in grado di insegnare ai piccoli le vere e proprie tecniche di caccia e, quindi, di sopravvivenza. L’insegnamento è, in realtà, la graduale e progressiva inibizione degli atti predatori: la peculiarità di questo insegnamento consiste nel fatto che gatta-maestra calibra il comportamento in base delle reazioni del gattino-allievo e ciò è essenziale per il futuro del gattino. In questo modo, si educa l’autocontrollo motorio e l’inibizione del morso, fondamentale per una sana convivenza con l’essere umano!

Purtroppo il precoce distacco dei gattini dalla mamma può comportare il sorgere di patologie comportamentali legate allo sviluppo comportamentale, tra cui: la sindrome di iperattività/ipersensibilità, la sindrome di privazione sensoriale e la claustrofobia (o ansia da luogo chiuso).

Esaminiamole tutte e tre per comprendere meglio quanto incide per i gattini il distacco dalla madre.

1 Sindrome iperattività-ipersensibilità  (METTERE LINK ARTICOLO TRATTATO)

Il gatto ha decisamente un deficit degli autocontrolli perché morde e graffia soprattutto mani e piedi, salta dappertutto e non sta mai fermo, non sa regolare l’ingestione di cibo, ha difficoltà a rimanere solo ma in compagnia non riesce a socializzare correttamente: da quanto scritto sopra, è palese il fatto che mamma gatta non ha avuto il tempo di poter insegnargli tutto ciò!

Quindi, cosa possiamo fare noi proprietari? Non rinforzare giochi con mani e piedi, non punirlo, rendere l’ambiente più stimolante e sarebbe ottimo se in casa ci fosse un gatto adulto che educhi il gattino.

2 Sindrome da privazione sensoriale (prime settimane in ambiente ipostimolante)

Il gatto ha paura di tutto, rimane generalmente nascosto, esce di notte per mangiare, non esplora, può manifestare aggressività per paura o irritazione per eventuali carezze e sporca in casa. Questo comportamento è dovuto all’isolamento sociale e/o ambientale nelle prime fasi di sviluppo, molto probabilmente per l’abbandono da parte di mamma gatta del/dei cucciolo/i oppure la cucciolata era in un ambiente troppo silenzioso o poco stimolante. Si sottolinea il fatto che, se nelle cucciolate meno numerose  mamma gatta è più tollerante, quando partorisce un solo gattino, questa è molto più aggressiva dopo lo svezzamento e ciò può rafforzare la paura del piccolo.

Quindi, cosa possiamo fare noi proprietari? Bisogna imparare ad individuare le posture che indicano la volontà di interrompere il contatto fisico, arricchire accuratamente l’ambiente, se è nascosto non tentare di stanarlo, non forzare mai il gatto ad interagire con nuovi individui, ma lasciare al gatto l’iniziativa dell’esplorazione premiandolo eventualmente con il cibo.

3 Claustrofobia o Ansia da luogo chiuso (prime settimane in ambiente iperstinolante)

Il gatto è nervoso e fa corse frenetiche, aggredisce all’improvviso e tollera poco le carezze e soprattutto al rientro la sera dei proprietari è molto eccitato e agitato. Questo perché i primi mesi di vita sono stati trascorsi in ambienti iperstimolanti e adesso, invece, il gatto abita in luogo ipostimolante. Un esempio lampante: il gatto randagio che viene adottato in un appartamento.

Quindi, cosa possiamo fare noi proprietari? Curare l’arricchimento ambientale con giochi vari, con mensole a più altezze e con l’accesso, se possibile, all’esterno o ad eventuali balconi/terrazzi, somministrare cibo in più zone della casa, osservare attentamente la postura e mimica per prevedere un eventuale attacco, evitare l’adozione di un secondo micio.

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Gatto stressato: sintomi e rimedi 

(pubblicato su www.miciogatto.it, autrice Costanza De Palma)

 

Molto spesso quando notiamo nel nostro gatto qualcosa di diverso nel suo comportamento e nelle sue abitudini, anche, ad esempio, nella svogliatezza del mangiare, pensiamo subito che il gatto è stressato. Ma come si può valutare se un individuo, umano o animale, è stressato? E, in particolare, come si può capire se vediamo i gatti nervosi se sono gatti stressati oppure no? Lo stress influisce sullo stato di salute? Possiamo rimediare in qualche modo? Affrontiamo punto per punto questo argomento particolarmente coinvolgente partendo, però, dalla definizione di stress a livello scientifico e come è legato al concetto di benessere (welfare).

Cosa è lo stress, il welfare e l’adattamento ambientale

Nel 1975 Fraser disse che lo stress insorge se l’animale è costretto ad esagerati o estremi aggiustamenti nella fisiologia o nel comportamento per far fronte agli aspetti negativi dell’ambiente. Quindi, quando l’animale è in grado di fronteggiare le condizioni ambientali negative si dice che si è adattato. Nel 1986 Broom nella definizione di welfare (“Il benessere di un individuo è il suo stato con riferimento ai suoi tentativi di adattarsi al proprio ambiente”/“The welfare of an individual is its state as regards its attempts to cope with its environment”)  include sia il fallimento che la facilità/difficoltà di un individuo ad adattarsi: adattarsi significa, quindi, avere controllo della stabilità sia fisica che mentale (“to cope”). Broom, inoltre, spiegò che il benessere è uno stato complesso che fa riferimento a tutti i meccanismi di adattamentoovvero fisiologici, comportamentali, sentimentali (intesi come dolore, paura, piacere nell’alimentarsi ed altro). Gli “stressors” (o fattori di stress) danno la possibilità di adattamento tramite due percorsi: in modo attivo rimanendo sotto controllo tramite risposta lotta/fuga/difesa; in modo passivo con la perdita del controllo tramite risposta di ripiegamento su se stesso (depressione). Nel 1987 Moberg trovò un legame tra stress e malattia ovvero dimostrò come un ambiente “stressante” predispone un animale allo sviluppo di qualche stato patologico (concetto di stadio prepatologico).  In questo modo, è stato comprovato che lo stress incide sullo stato di salute di un individuo. Importante variabile sullo stato di benessere è il tempo ovvero la durata a cui si è esposti agli stressors: a breve termine e a lungo termine che comportano, rispettivamente, stress acuto e stress cronico in un essere vivente.

Indicatori stress acuto

  1. Comportamento

    In stress acuto si può defecare, urinare, tremare e vocalizzare per paura o dolore. Anche il freezing (congelamento ovvero totale immobilità) e l’aggressività (reazione violenta) sono segnali di stress acuto. A prescindere dalla specie, le risposte individuali sono molto variabili. Una volta scomparso lo stressor, ovvero la causa dello stress acuto, si ritorna al comportamento normale. Per quanto riguarda il gatto domestico, nello specifico il dolore è vissuto generalmente in silenzio e in posizione acquattata, può essere presente anche il ringhio o il soffio se ci si avvicina, tende a mordere soprattutto se si cerca di toccare la sua parte dolorante. Anche il suo eccessivo leccarsi può localizzare il punto dove prova il dolore. La postura è rigida, contratta e non ci sono, quindi, i normali stiracchiamenti. Ci possono essere anche tentativi di fuga.

  2. Fisiologia

    A breve termine si manifesta la dilatazione delle pupille, l’aumento o diminuzione della pressione sanguigna, l’aumento della frequenza cardiaca, l’aumento della frequenza respiratoria, la piloerezione, l’aumento del tono muscolare, l’aumento della temperatura corporea ecc. I livelli dei glucocorticoidi aumentano e la loro misura fornisce dati validi per valutare lo stato di benessere animale, in particolare il cortisolo.

Indicatori stress cronico

  1. Comportamento

    L’incapacità a lungo termine di esplicare le proprie esigenze dovute ad ambiente ridotto, ipostimolante e l’isolamento per mancanza dii conspecifici e risorse come cibo e acqua ha come conseguenze:

    A)  Aggressività:  si manifesta quando l’individuo perde il controllo;

    B) Stereotipie:  “sequenza relativamente invariata di movimenti che avviene tanto frequentemente in un particolare contesto da non poter essere considerata come facente parte di uno dei normali sistemi funzionali degli animali (Broom 1988)”. Questo è un forte indicatore di difficoltà da parte di un individuo a far fronte agli stressors nell’ambiente in cui vive. Si ipotizza che chi tende a rispondere in modo attivo (vedi sopra) tende a manifestare stereotipie (Hetts 1991). Possono essere o una ripetizione di un comportamento normale (tipo il continuo leccarsi le zampe fino a farle sanguinare, il gatto con alopecia da stress e altro) oppure una vera e propria stranezza (tipo inseguire la propria coda, masticare l’aria e altro).

    C) Attività di sostituzione: “sono comportamenti normali ma eseguiti fuori contesto in cui non hanno rilevanza funzionale”. Spesso dovute ad un conflitto in cui si vorrebbe fare qualcosa ma ne si è impediti dal farlo. Un esempio: il gatto che vorrebbe uscire in balcone ma ne è impedito dal proprietario che ha chiuso la portafinestra, può iniziare a leccarsi. Secondo una teoria il leccamento, nello specifico, libererebbe endorfine e questo costituirebbe un piacere autoremunerativo che potrebbe a lungo andare degenerare in stereotipia.

    D) Comportamenti rediretti: sono quei comportamenti rivolti verso stimoli che non sono direttamente legati alla situazione o allo stimolo che li genera. Un esempio: il gatto vuole rincorrere un passero e il proprietario interferisce, di conseguenza il gatto aggredisce il proprietario sulla gamba o braccio nel modo in cui afferrerebbe un passero.

     E ) Apatia: gli individui che non rispondono agli stressors dell’ambiente e, quindi non si adattano, scelgono il modo passivo (vedi sopra). Sono l’esempio di gatti che rimangono rintanati, che non giocano, non esplorano, non mangiano e si lasciano andare in uno stato depressivo.

  2. Fisiologia

    C’è una effettiva riduzione del successo riproduttivo,  perdita di peso (dovuto anche, ad esempio, nel gatto che vomita per stress), i parametri cardiovascolari ed ematici e i valori dei glucocorticoidi non sono più nella norma, non c’è regolare funzionalità del sistema immunitario, c’è produzione di anticorpi e insorgenza di malattie ( ad esempio la cistite, l’iperglicemia e la gastrite da stress nel gatto).

VALUTAZIONE DELLO STATO DI BENESSERE

Il gatto domestico, come ogni altra specie, sviluppa delle strategie adattate all’ambiente in cui vive e a seconda dello spazio a lui disponibile. Spesso un appartamento ha una metratura troppo piccola per permettere l’espletarsi di tutti i comportamenti naturali che fanno parte del suo corredo etologico (stress ambientale). Anche l’eventuale  stress da trasloco nel gatto non va trascurato perché quando si cambia casa c’è il ricordo e le vecchie abitudini che vengono a mancare e il nuovo ambiente deve rispondere alle sue esigenze naturali tipiche della specie gatto. Solo l’osservazione dell’animale e delle sue risposte a stimoli e  variazioni dell’ambiente sono il nostro strumento per valutare il suo stato di benessere. Se il cibo e acqua sono sempre a sua disposizione, se ci sono mensole a più altezze, arrampicatoi di varie misure per farlo arrampicare come farebbe sugli alberi, se ha tiragraffi orizzontali e verticali per fare le sue normali graffiature, se fa correttamente i bisogni nella lettiera, se non si fa una eccessiva tolettatura, se risponde ai nostri giochi, se risponde ai nostri richiami, se dorme rilassato, se quando lo tocchiamo non si contrae o ha dolore o paura, possiamo dire che c’è un buono stato di benessere. Viceversa, se l’ambiente in cui vive è spoglio, non adeguato, il cibo e acqua non sufficientemente forniti, se rimane perennemente rintanato e non risponde ai nostri stimoli o aggredisce in continuazione, fa continui danni in casa e non utilizza correttamente la sua lettiera, possiamo dire che c’è uno scarso stato di benessere che verrà, quasi sicuramente, confermato anche da uno scarso stato di salute se sottoposto a controllo e analisi dal nostro veterinario di fiducia soprattutto se la situazione è così da molto tempo (stress cronico). Difatti, se il livello di stress è molto alto e/o persiste per un lungo periodo la conseguenza può essere un grave peggioramento della qualità della vita dell’animale e indica palesemente che l’animale ha fallito il tentativo di adattarsi all’ambiente.

Rimedi come curare lo stress del gatto

Oltre all’importante arricchimento ambientale, possiamo ricorrere per un gatto stressato ai rimedi naturali. Ottimi sono i feromoni in versione spray per ambiente e/o versione collare che rilasciano un odore che rilassa in modo naturale e facilita l’ambientazione. In casi di stress acuto ma anche cronico, ci sono in commercio di libera vendita perché non sono farmaci, integratori alimentari testati privi di effetti collaterali, anallergici e senza problemi di sovradosaggi che abbassano l’ansia nel gatto. Anche i prodotti di omeopatia e la floriterapia di Bach per lo stress del gatto danno un valido supporto, in modo particolare per lo stress acuto la miscela preconfezionata antipanico chiamata Rescue Remedy versione no alcol adatta agli animali.

Nella tabella sottostante è indicato il modo di  valutare lo stato di benessere e stress nel gatto misurato in gradi.  Si parte da 1 (buono stato di  benessere/nessuno stress) a 10 (scarso stato di benessere/forte stress).  Leggete con attenzione i sintomi del gatto stressato in modo da poter valutare voi stessi con l’osservazione diretta se il vostro sta bene o male.

Leggete e verificate il comportamento del vostro gatto nel quotidiano: più è alto il benessere meno possibilità di stress presente.

Gatto iperattivo, sempre agitato e rimedi per calmarlo

(pubblicato su www.miciogatto.it, autrice Costanza De Palma)

 

Con il numero sempre maggiore di gatti in casa, è aumentata la casistica in cui, a detta del proprietario, il gatto è particolarmente agitato, nervoso, irrequieto, troppo vivace, addirittura pazzo ed isterico. Questo è dovuto spesso ad un sovraffollamento di gatti in casa e/o un ambiente non adatto al gatto domestico. Ma un discorso è se il gatto è  vivace e un altro, completamente diverso, se il gatto in questione è iperattivo. L’essere “vivace” che, solitamente noi umani intendiamo come l’essere “attivo fisicamente”, nel gatto si manifesta con il correre, l’arrampicarsi e il giocare e indica, in modo particolare nei gattini, uno stato di benessere generale. L’essere, invece, iperattivo è patologico. Difatti, la sindrome ipersensibilità-iperattività (HS-HA) è una vera e propria patologia comportamentale. Il gatto iperattivo morde, graffia, salta ovunque e, soprattutto, non sta mai fermo in quanto è assente in esso l’autocontrollo motorio e l’inibizione del morso e del graffio. La causa è dovuta, generalmente, al distacco precoce dalla madre ovvero prima dei 2 mesi dalla nascita (circa 60 giorni). Il più delle volte, ciò è aggravato dal comportamento errato del proprietario che non è in grado di gestire la situazione in modo corretto ed efficace. L’approccio del gatto iperattivo è violento: colpisce con morsi e graffi varie parti del corpo umano, ma con particolare accanimento, le mani e i piedi del proprietario; inoltre,  infastidisce e spaventa gli altri con specifici che vivono con lui. Anche il modo di mangiare è anomalo: può ingerire cose non commestibili e ne è alterata anche la tempistica di ingestione. C’è uno squilibrio anche nel regolare bioritmo tra sonno e veglia: i gatti iperattivi non distinguono il giorno dalla notte, ma la loro attività si alterna da completa frenesia alla fase di sonno profondo. Vivendo in un continuo stato di agitazione, non è in grado di memorizzare e metabolizzare le esperienze vissute. Non distingue nelle zone di casa né zone di riposo né zone adibite ad attività. Inoltre, il gatto iperattivo non esplica marcature appaganti tra cui le facciali su oggetti e/o mobili ma tendenzialmente si strofina continuamente addosso al proprio proprietario che è la fonte maggiore del suo continuo interessamento. Ecco anche perché i soggetti iperattivi spesso si trovano in notevole difficoltà se lasciati da soli in casa.

Rimedi per calmare un gatto o un gattino iperattivo

Se i casi più gravi sono curati con l’utilizzo di farmaci psicotropi prescritti da veterinari comportamentalisti, si è riscontrato che l’utilizzo di calmanti naturali quali i feromoni appaganti (il Feliway e il Felifriend), le miscele individuali di Fiori di Bach selezionate da esperti del settore insieme al corretto comportamento dei proprietari stessi possono essere di grande aiuto per calmare un gatto iperattivo. Ovviamente, intervenire su un gattino iperattivo, quindi di giovane età, ha maggiori probabilità di miglioramento rispetto ad un gatto iperattivo adulto. Un grande valido aiuto viene dato da un ambiente stimolante adatto al gatto domestico che reindirizza l’attività del gattino e/o del gatto iperattivo. Quindi, ben accetti sono le mensole, posizionate su vari livelli, ma anche gli arrampicatoi e i grattatoi di varie dimensioni (su internet ce ne sono di una vastissima scelta e varietà e soprattutto a portata di tutte le tasche). Dal canto suo, il proprietario non deve stimolare più giochi con mani e piedi ma fermare il gatto prima che si avventi e, invece, repentinamente deviare l’attività motoria su oggetti più adeguati come ad esempio uno stuzzicamicio. Questo discorso vale sia per i gattini che per i gatti adulti. Ma prevenire è sempre meglio che curare: perciò è fondamentale per il benessere del gattino che esso rimanga con la mamma e i suoi fratellini fino almeno ai 2 mesi di età. In modo da poter memorizzare ed imparare correttamente le cosiddette “punizioni etologiche” che mamma gatta istintivamente insegna ai suoi cuccioli affinché sappiano inibire il loro morso oltre ad avere la corretta gestione del graffio e l’autocontrollo motorio. Tutto ciò può essere attuato anche dal proprietario, se per forza di cose il gattino non può essere cresciuto dalla madre, e dovrà lui stesso simulare i comportamenti naturali di mamma gatta ovvero separare due gattini quando litigano, scuotere leggermente il gattino prendendolo per la collottola, dare leggeri colpetti sul naso e molto altro. Decisamente meglio sarebbe se ci fossero già in casa gatti adulti che possono loro stessi fare la “madre adottiva” rendendo tutto più semplice ed efficace. Come sempre il buonsenso ci deve sempre guidare e far evitare il fatale fai da te: esistono figure professionali accreditate che hanno la competenza di seguire adeguatamente il singolo caso. Buona convivenza a sei zampe!!!

Dott.ssa Costanza De Palma etologa comportamentalista bioeticista

 

 

 

 

Vedi anche:

 

Origine del gatto            http://www.costanzadepalma.it/358707137

 

Sviluppo del gatto        http://www.costanzadepalma.it/358707133

 

Razze feline                    http://www.costanzadepalma.it/358707138