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     Il gatto domestico (Felis silvestris catus) fa parte dell’ordine dei Carnivora e della famiglia dei Felidae. La specie Felis silvestris comprende sia i gatti selvatici (lybica, silvestris, ornata) che il gatto domestico che costituisce la sottospecie Felis silvestris catus.

        Le varie sottospecie di Felis silvestris, sia quelle selvatiche che il gatto domestico, costituiscono un gruppo omogeneo per quanto riguarda la struttura anatomica e il pool genico: difatti le varie sottospecie differiscono tra loro per un numero molto limitato di sostituzioni di nucleotidi.

        Il Gatto Selvatico Africano (Felis silvestris lybica) vive in steppe, zone ricche di cespugli e nelle savane, mentre non è presente nelle foreste umide tropicali e nei deserti privi d’acqua. Ha una struttura slanciata ed è di piccole dimensioni. Inoltre ha il capo sottile, grandi orecchie, coda lunga e appuntita. Il disegno del suo mantello è molto variabile, infatti varia dallo screziato al maculato o zebrato.

        Il Gatto Selvatico Europeo (Felis silvestris silvestris) vive nei boschi, ma ama il giorno. In estate, si sposta al limite tra i boschi e i campi ed è il gatto che vive nei climi più freddi, anche se, in inverno, la mortalità è altissima. Il suo corpo è massiccio ed il mantello foltissimo, tutto in funzione dell’adattamento alla minima dispersione di calore possibile.

        Il Gatto Selvatico Asiatico (Felis silvestris ornata) vive nelle steppe erbose e ricche di cespugli, regioni palustri e macchie, sia bassopiani che catene montuose fino ai 2000 m.                      Non abita le zone fredde e ricoperte di neve per lunghi periodi. La sua corporatura è slanciata e il disegno del mantello è a macchie. Si pensa che sia il gruppo più antico.

           Da ricerche genetiche ed anatomiche risulta che tutti i gatti domestici discendono primariamente dal lybica, anche se alcune razze asiatiche, come il persiano o il siamese, potrebbero aver avuto qualche ibridazione con l’ornata. Inoltre, il gatto africano ha una indole più socievole e mite dell’europeo, nonostante le molte affinità anatomiche e genetiche. Fra tutte le popolazioni di gatti selvatici il gruppo lybica è quello che si è allontanato maggiormente dal luogo di origine dei suoi antenati. È anche quello che resta più immaturo in età adulta, ma il più propenso a socializzare con l’uomo.

            Per la ricostruzione della storia della domesticazione del gatto ci si basa sui reperti fossili, rappresentazioni di vario tipo (affreschi, sculture e monete), testimonianze scritte, analisi delle favole (es. Esopo) e analisi delle credenze religiose. I più antichi resti di gatti domestici egizi risalgono a circa il 4000-3000 a.C., ma si tratta probabilmente di gatti selvatici mansueti. Mentre le prime rappresentazioni di gatti domestici in ambito familiare risalgono al 1900 a.C. È da dedurre forse che il legame tra uomo e gatto potrebbe essere in realtà più remoto: resti di una mandibola di Felis silvestris, databile intorno al 6000 a.C., sono stati rinvenuti nell’isola di Cipro e, quindi, la presenza del gatto vicino all’uomo è collegabile all’inizio dell’attività agricola.

            Ad ogni buon modo, ci sono quattro teorie sulla domesticazione:per fini alimentari, per contrastare i piccoli roditori, per compagnia e per credenze religiose.

            La domesticazione per fini alimentari è basata sul fatto che sono stati rinvenuti spesso scheletri ben articolati, inoltre ci sono testimonianze scritte (es. Plutarco) sul fatto che i gatti, insieme ai furetti, erano mangiati dagli uomini solo durante gravi periodi di carestia.

            La domesticazione per controllare i piccoli roditori è l’ipotesi più accreditata, non solo per gli antichi Egizi ma per tutti i popoli (Greci, Romani, popolazioniislamiche) che successivamente accolsero il gatto. Spesso si sottovaluta l’importanza che ha avuto ilgatto per l’uomo nella lotta ai roditori infestanti (la difesa delle riserve alimentari ma anche la migliore igiene). Infatti, i ratti e i topi non solo distruggono una grande quantità di generi

alimentari, ma contribuiscono a diffondere numerose malattie. Inoltre un topo adulto mangia circa 4 grammi di cibo al giorno (un ratto nero 115gr), ma ne deteriora da cinque a dieci volte di più con le deiezioni solide e l’urina. Un topo può danneggiare, quindi, fino a 15 Kg di cibo l’anno (un ratto fino a 453 Kg). I gatti domestici, ben nutriti, uccidono non più di 14 piccole prede annualmente, mentre i gatti liberi uccidono quotidianamente, per sopravvivere, circa tre piccoli mammiferi, per lo più roditori, per un totale di 1100 animali l’anno. Grazie, quindi, alle sue straordinarie capacità predatorie, ciascun gatto è potenzialmente in grado di salvare all’agricoltore 225 tonnellate di grano all’anno.

           Il gatto è l’animale preferito per cacciare i piccoli roditori perché è un cacciatore abilissimo e caccia anche quando non ha fame, è un carnivoro stretto e non dà la caccia agli animali di cortile (eccetto l’europeo), può arrampicarsi sui tetti per cacciare il ratto nero, è di piccole dimensioni e quindi facilmente gestibile ed è abbastanza docile con gli uomini.

           La domesticazione per compagnia è stata ipotizzata perché il gatto probabilmente fu apprezzato molto come animale da compagnia (soprattutto dalle donne), ma si ritiene che questo fu un effetto secondario dopo che il gatto era stato avvicinato per contrastare i roditori.

            Infine, la domesticazione per credenze religiose è spiegabile dalla sacralizzazione del gatto che fu un’evoluzione tarda del culto egizio (non prima del 935 a.C.). Ad essere adorato era il principio divino che nell’animale si manifestava, non l’animale stesso. Al gatto furono associate varie divinità nel corso dei secoli tra cui Iside, Artemide e Diana. Il gatto, inoltre, era spesso oggetto di riti sacrificali. Il gatto fu collegato a vari concetti: la custodia delle case, la luna, la notte, la caccia, la fertilità e la maternità. Esso continuò a vivere accanto all’uomo e ad essere da questi apprezzato e rispettato fino al tardo Medioevo (dal 1000 d.C. in poi), quando fu massacrato e torturato dalla Chiesa. In quel periodo il popolo riconosceva comunque la sua utilità e cercò di opporsi alla sua uccisione. Soprattutto le donne, specialmente quelle anziane, difesero in ogni modo questo animale e furono torturate insieme ad esso. Il gatto non fu perseguitato in quanto tale, ma per quello che aveva rappresentato nella religione pagana nel corso dei secoli (non è un caso che l’igiene personale fu bandita in quel periodo). Come conseguenza, si ebbe non solo un enorme massacro di milioni di animali, ma anche il diffondersi di epidemie mortali, come la peste bubbonica (1346-1351), poi l’epidemia del 1630).

            Oggi il gatto ha un enorme successo come animale da compagnia e si ipotizza che supererà presto il cane come popolarità, anche grazie alle diverse esigenze di gestione. I punti di forza del gatto sono la massima plasticità comportamentale: da solitario a sociale, da gatto d’appartamento a gatto libero e la capacità di colonizzare ambienti numerosissimi, anche molto diversi tra loro.

             Ma è lecito per il gatto parlare di domesticazione? Secondo la biologa J. Clutton-Brock la domesticazione è: il processo mediante il quale un animale viene allevato in cattività per profitto economico a vantaggio di una comunità umana che ha un totale controllo sulla sua riproduzione, sull’organizzazione del suo territorio e sul procacciamento del cibo di cui esso abbisogna. Il gatto domestico è ancora molto simile, morfologicamente e geneticamente, al gatto selvatico. Le sottospecie selvatiche del gatto non sono in pericolo di estinzione. Nessun gatto è sociale allo stato selvatico e l’uomo non controlla la sua riproduzione, né ha esercitato su di esso una pesante selezione artificiale. È ancora soggetto (almeno in parte) alle pressioni selettive imposte dall’ambiente e la ritenzione di caratteristiche infantili nei soggetti adulti si è avuta più a livello comportamentale (i miagolii e le fusa) che a livello anatomico. Per questi motivi, alcuni autori ritengono più opportuno parlare di antropizzazione, autodomesticazione, come prigioniero e sfruttatore. Ma esistono due ipotesi contrapposte: il gatto si sarebbe progressivamente avvicinato agli insediamenti umani attirato dai roditori e l’uomo, resosi conto della sua utilità, lo avrebbe incoraggiato dandogli del cibo; il gatto non aveva alcun bisogno di avvicinarsi all’uomo, fu questi a catturarlo ed allevarlo per sfruttarlo come formidabile cacciatore di piccoli roditori. Eppure, l’abilità da parte del gatto di cacciare piccoli roditori è proprio una delle caratteristiche che è meno gradita ai moderni proprietari di questo animale. 

(Fonte: Dott.ssa Volpini, biologa)

 

(tratto dalla mia Tesina del Master in "Etologia degli Animali d'Affezione" dal titolo "Il gatto domestico (Felis silvestris catus): origini, sviluppo e caratteristiche comportamentali")

 

Vedi anche:

Etogramma del gatto       http://www.costanzadepalma.it/358707126

Sviluppo del gatto            http://www.costanzadepalma.it/358707133

Razze feline                       http://www.costanzadepalma.it/358707138